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La moglie del partigiano
Aprì un occhio, guardò attraverso una fessurazione nel legno degli scuri ed esclamò, con il tono tipico di chi è ancor sospeso tra sonno e veglia: «Albeggia!»
Scostò le pesanti coperte, si alzo dal divano e posò le mani sulla grande stufa di ceramica. «E’ fredda. Deve essere spenta da almeno un’ora», constatò, contrariato.
Infilò i piedi dentro gli scarponi e dopo averli allacciati indossò il pesante pastrano nero, il copricapo di lana e aprì gli scuri della finestra. «Stanotte n’è venuta giù un bel po’», valutò traguardando l’altezza della neve accumulata sulla panca di pietra nel giardino.
Afferrò la cesta di vimini posata accanto alla stufa, uscì sotto il portico, cercò un segno inciso con l’accetta su uno dei ciocchi accatastati contro la parete della casa e da lì iniziò a contare quanti ne fossero rimasti per arrivare in cima alla catasta.
«Bastardo! Altri quattro ne hai fregati!» sbottò digrignando i denti, volgendosi verso il giardino. Notò delle impronte di stivali impresse nella neve fresca e, seguendole con occhio acuto, le vide risalire il declivio in fondo al giardino e perdersi in mezzo alle poche case del borgo. Alzando lo sguardo fin sopra ai tetti si mise ad osservare i camini. «Ce ne sono tre che fumano. Il bastardo è sicuramente in una di quelle», affermò con certezza.
Poi, riflettendo, la certezza sfumò in un leggero dubbio. «E se fosse più furbo di quanto penso? E se per non farsi scoprire non l’ha ancora acceso il fuoco?» si domandava con gli occhi che vagavano da un camino all’altro. Alla fine riempì la cesta di legna e prima di rientrare in casa, lanciando un’occhiata tagliente ai camini delle case borbottò, sogghignando: «Stanotte ti prendo a fucilate, brutto bastardo!»
Accese la stufa, mise la caffettiera a bollire e nell’attesa si accomodò su una sedia accanto al focolare. Volgendo lo sguardo immalinconito all’intorno lo arrestò su cinque fotografie incorniciate, appoggiate sopra un tavolino rotondo accanto alla finestra.
Una fotografia ritraeva una donna: la moglie sessantenne dell’uomo, morta due anni prima. Un’altra riprendeva entrambi nel giorno del matrimonio. La terza l’uomo in mezzo a un manipolo di camice nere durante la marcia su Roma. La quarta - quella di più grandi dimensioni, direi circa il doppio delle altre - ritraeva lui e la moglie che teneva in braccio un neonato. E l’ultima, dal bianco e nero non ancora sbiadito, messa in primo piano davanti a tutte le altre, ritraeva Benito, il figlio non ancora ventenne dell’uomo, in posa marziale con indosso la divisa delle Brigate Nere!
Ercole Sparafumo - così si chiamava l’uomo - fascista della prima ora che aveva attraversato l’intera era, dapprima con l’entusiasmo del militante affascinato dalla figura del duce e dalle sue mirabolanti promesse, poi con il disincanto dell’innamorato tradito, viveva quell’inverno del 1944, crepuscolo delle dittature che ridussero in macerie l’intera Europa, con l’intima paura di perdere anche il suo unico figlio; e il rimorso di essere stato lui, anni prima, a inculcargli la fede fascista.
Aveva provato a rimangiarsi i suoi insegnamenti, all’epoca del cupo disincanto, quando il regime aveva emanato le leggi razziali; ma l’allora quattordicenne Benito, inebriato dalle divise e oramai alla fine del suo percorso da Balilla, già pregustava i grandi raduni in divisa da giovane Avanguardista.
La sera, dopo cena, prese gli ultimi ciocchi dalla cesta e dopo averli usati per alimentare la stufa, uscì sotto il portico portandosi dietro la cesta che riempì con altra legna. Poi, gettando uno sguardo soddisfatto lungo il giardino illuminato dal riverbero della Luna sulla neve, rientrò, dicendo fra sé: «Con questa luna, stanotte non mi sfuggirai».
Aprì la fuciliera, prese la cartucciera e la posò sul tavolo. Poi afferrò la doppietta da caccia, l’aprì e v’infilò due cartucce. Infine si sedette sul divano con la doppietta accanto e guardando l’ora sul quadrante del pendolo appeso alla parete rimase in attesa, immerso nel silenzio della gelida notte, rotto solo dai battiti del pendolo.
A mezzanotte spense la fioca luce della lucerna (complice la guerra, l’energia elettrica ormai da un mese non arrivava più, nemmeno a singhiozzo, nel paese ai piedi dei monti), scostò appena gli scuri, in modo da poter osservare una parte di giardino e la catasta di legna appoggiata alla parete a destra della finestra. Poi prese una sedia e si accomodò accanto alla finestra, con il fucile appoggiato sulle cosce e lo sguardo fisso sul giardino e la catasta di legna.
Allungando lo sguardo oltre la pianura, sino alle abetaie imbiancate, un brivido gli corse lungo la schiena, riflettendo sul fatto che se tutti quei disertori che avevano trovato rifugio nel profondo dei boschi fossero scesi a valle, per lui non ci sarebbe stato scampo. Disertori o traditori della patria, così apostrofava, con disprezzo, i partigiani che combattevano per liberare l’Italia dal giogo nazifascista.
Il suo odio non era acceso dalla convinta adesione ai sacri ideali inculcati dal fascismo - quelli oramai, se non del tutto mondati, erano stati molto annacquati dai lunghi e sanguinosi anni di guerra - ma dal timore che potessero colpire il figlio schierato dall’altra parte.
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Salendo con lo sguardo sino in cima ai monti che confinavano con la vicina e neutrale Svizzera, la mente era corsa a ritroso, arrestandosi al giorno dell’ultimo incontro-scontro con il figlio.
Un mese prima Benito si era presentato davanti al padre, mostrando inorgoglito i gradi appena ricevuti appuntati sulla lugubre divisa. E dopo aver esternato la propria soddisfazione per essere riuscito ad ottenere il comando di una compagnia, indicando le montagne aveva concluso: «Domani, io e i miei uomini, inizieremo a battere i boschi e i monti a caccia di quei bastardi!»
Ercole guardando i monti si era incupito. «E’ molto pericoloso… molto pericoloso. I boschi brulicano di partigiani», aveva poi commentato, preoccupato.
«Non temere. Spazzeremo via quei quattro straccioni dai boschi in meno di una settimana!» aveva affermato in tono risoluto Benito.
Ercole, leggendo solo odio nei suoi occhi, aveva compreso che tutto questo non avrebbe portato nulla di buono, né a lui né tantomeno al figlio. «Ascolta, Benito… E’ da un po’ che te ne volevo parlare…» aveva iniziato a dire, tentennando.
«E’ accaduto qualcosa di grave? Dimmi tutto papà!» l’aveva interrotto Benito, appoggiando una mano sulla spalla del padre.
Ercole aveva indicato il divano. «Sediamoci un momento.» E quando si furono accomodati, aveva esternato tutto il suo disincanto. «Benito… la guerra finirà presto. Questione di pochi mesi…»
«Non lo so se finirà così presto. So solo che finirà quando i nemici del fascismo saranno sconfitti!» lo aveva interrotto con baldanza Benito.
Ercole aveva scosso il capo, sospirando. «Finirà presto… E non finirà come speri…»
«Non aggiungere altro! Se non fossi mio padre ti denuncerei per disfattismo!» lo aveva interrotto bruscamente Benito, balzando in piedi.
«Ora basta! Levati per un attimo la corazza da eroe e stammi a sentire!» aveva urlato Ercole, alzandosi a sua volta dal divano.
I due si erano fissati per un lungo attimo a muso duro. Poi Benito aveva sbuffato. «Dov’è finito il fascista della marcia su Roma? L’uomo, il padre che mi aveva inculcato i sacri ideali?» gli aveva chiesto sconfortato, tornando a sedersi sul divano.
«L’uomo e il padre è qui con te. E ti sta dicendo che è stato ingannato, tradito nei suoi ideali. Non dal fascismo, ma dagli uomini che lo applicarono. Gli ideali che andavano affermando, così come io li intesi, erano ben altra cosa da quel che realmente pensavano», aveva risposto in tono sommesso Ercole.
«Quegli ideali che dici di non aver trovato, io li difendo ogni giorno dal barbaro comunismo che alberga la mente di quei bastardi che vogliono farci la pelle!» aveva replicato con rabbia Benito.
Ercole aveva allargato le braccia. «Italiani che vogliono fare la pelle ad altri Italiani, a questo siamo arrivati» aveva ribattuto, lasciandole cadere lungo i fianchi.
«Quelli non sono degni di essere chiamati Italiani. Siamo noi, fascisti, il fulgido esempio d’italianità! Noi abbiamo riportato l’Italia all’antico splendore della Roma imperiale. Nonostante le grandi potenze ostacolassero in tutti i modi le nostre giuste rivendicazioni, con le armi in pugno abbiamo conquistato nuove terre e creato l’impero fascista!» aveva declamato con enfasi Benito.
«Un impero di carta pesta. Andato in fumo alla prima scintilla», aveva allora sentenziato uno sconfortato Ercole.
«Fingerò di non aver sentito» aveva ribattuto Benito, alzandosi dal divano. E indicando le montagne aveva aggiunto: «Domani andrò lassù assieme ai miei uomini, e sbaraglieremo una volta per tutte quei quattro straccioni comunisti!»
Ercole, guardando anch’esso fuori dalla finestra, aveva pregato il figlio in tono accorato: «Giusti o sbagliati che fossero, hai sempre ascoltato e seguito i miei insegnamenti. Ora, con il cuore in mano sono qui a supplicarti di ascoltarmi una volta ancora.»
Benito lo ascoltava guardandolo perplesso. Allora Ercole aveva indicato un punto in mezzo ai monti. «Lassù, subito dopo il passo, c’è il territorio svizzero. Domani, quando lo raggiungerai butta le armi e chiedi asilo in Svizzera. Fra pochi mesi, quando la guerra sarà finita e l’odio decantato, tornerai a vivere in Italia…»
«Non posso credere che mio padre mi stia chiedendo di disertare!» lo aveva interrotto urlando Benito.
«E invece è proprio quello che voglio che tu faccia! Devi scappare prima che sia troppo tardi!» aveva urlato ancora più forte Ercole.
Benito, ammutolito dall’imperiosa richiesta del padre, aveva afferrato il pastrano militare appoggiato sulla sedia, lo aveva indossato velocemente, si era avviato verso la porta e, aprendola, prima di uscire si era rivolto per l’ultima volta al padre. «Ciao, papà. Il tuo scetticismo mi ha ferito, tornerò a trovarti solo dopo la vittoria… E prima di riabbracciarti, pretenderò le tue scuse!» aveva concluso con il tono fiero del guerriero.
Ercole aveva sentito la porta, chiusa con violenza da Benito, sbattere sin dentro al cuore. «Sarei pronto a scusarmi in ginocchio anche domani… Ma temo che non ci rivedremo più, figlio mio», aveva chiosato con voce rotta.
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«Quel che conta al momento, è proteggere la legna», si disse, sospirando. E spostando la mente da tristi presagi, tornò con sguardo preoccupato a spaziare dal giardino alla catasta di legna.
La legna valeva quanto l’oro nel piccolo borgo disteso ai piedi dei monti, all’interno di una stretta valle costantemente spazzata dalla gelida tramontana. Per poter attraversare senza troppi intoppi il rigido inverno, che già al primo apparire si era preannunciato come uno dei più freddi, se non il più freddo dei duri anni di guerra, sarebbe stato essenziale averne fatto una buona scorta. Come aveva fatto Ercole Sparafumo, che ora stava lì, dietro la finestra con il fucile in mano, a far la guardia al suo prezioso tesoro.
«Eccolo lì, il bastardo» mormorò, vedendo una figura infagottata camminare, sprofondando fino ai polpacci, nella neve che ricopriva il giardino.
Erano da poco passate le due di notte quando la figura con lo zaino in spalla e indosso un pesante pastrano militare che le arrivava alle caviglie, dal quale spuntava solo la punta degli stivali di gomma verdi, raggiunse il portico. “Chi sarà?” pensò, guardando il volto coperto dalla lunga sciarpa di lana che fasciava viso e testa.
Afferrò il fucile e con passo felpato si avvicinò alla porta, scostò silenziosamente il catenaccio, afferrò la maniglia, trasse un lungo respiro, la spalancò e uscendo con il fucile spianato gridò: «Fermo lì bastardo!»
La figura infagottata lasciò cadere i due ciocchi che stava infilando nello zaino, posato poco prima accanto alla catasta di legna, e alzando le mani urlò spaventata: «Non sparare! Sono incinta!»
La rivelazione e il tono della voce, prettamente femminile, destabilizzarono Ercole. «Ma chi diavolo sei?! Entra in casa!» ordinò, spingendola verso la porta con la canna del fucile.
La donna, tenendo le mani alzate, tremando di paura obbedì senza fiatare.
«Siediti lì!» le intimò, indicando il divano con la canna del fucile.
Lei, senza mai abbassare le mani, si sedette.
Ercole, tenendola sotto tiro, si allontanò di qualche passo, prese la lucerna, l’accese e, alzandola, illuminò il volto coperto dalla sciarpa. «Toglila, voglio vederti in faccia!» comandò seccamente.
La donna abbassò lentamente le braccia e, con mano tremante, iniziò a svolgere la sciarpa.
«Tu?!» esclamò incredulo, puntando con decisione le canne del fucile sul petto della donna. «La moglie di un disertore, si prendeva gioco di me, rubando la mia legna!» concluse digrignando i denti.
«Luciano non è un disertore! E’ un combattente delle brigate partigiane!» ribatté in un moto d’orgoglio la donna, alzando il tono.
«Stai zitta!» urlò allora Ercole. «Tuo marito è un disertore dell’esercito italiano! Uno di quelli che dopo l’otto settembre se ne tornò a casa. Poi, per sfuggire alla corte marziale, ha pensato bene di unirsi ai comunisti!»
La donna si alzò di scatto. «Sciacquati la bocca quando parli di Luciano! Porco fascista!» replicò a tono davanti al fucile spianato. Aggiungendo sprezzante: «Avanti, che aspetti? Sparami!»
L’atteggiamento, per niente remissivo della donna, lo sconcertò. «Siedi lì e stai buona. Che di eroi e martiri ce ne sono già troppi in circolazione», ordinò in tono accomodante.
«Sto male, mi gira la testa» fece lei, ansimando, prima di lasciarsi cadere sul divano.
«Anche questa adesso. Prima fai l’eroina, poi ti fai prendere dal panico», borbottò Ercole. Appoggiò il fucile accanto alla finestra. «Avanti, sdraiati!» aggiunse in tono squillante, aiutandola a distendersi.
«Non è paura… è fame… è da ieri che non mangio», balbettò lei.
«Ma tu tremi. Hai una febbre da cavallo!» esclamò Ercole appoggiandole una mano sulla fronte.
«E’ la fame… la fame…» ripeteva, agitandosi.
«Stai calma, ora ti preparo qualcosa.»
La donna annuì e chiuse gli occhi. Ercole tolse le cartucce dalla doppietta e la rimise nella fuciliera; poi afferrò la lucerna, si avvicinò alla credenza, prese del riso e lo mise a cuocere sopra la stufa. «Mangia un po’ di riso», disse quando fu cotto, porgendo piatto e cucchiaio alla donna distesa sul divano.
Lei si sedette, prese il piatto, il cucchiaio e si avventò sul riso con la brama dell’affamata.
Ercole scosse il capo, accennando un sorriso. Poco dopo versò del vino e lo porse alla donna, chiedendole: «Come ti chiami?»
«Clara. Mi chiamo Clara… E tu, sei Ercole Sparafumo, il fascista!»
«Il fascista… Quanto odio hai messo pronunciando quel termine.»
«Ho solo detto la verità. Non sei fascista?»
Ercole scosse il capo. «Diciamo che sono un uomo che ha offerto un piatto di riso a una donna affamata… O se preferisci: un fascista che ha offerto un piatto di riso alla moglie, affamata, di un partigiano… Scegli tu.»
Clara lo guardò, prese il bicchiere di vino dalla mano di Ercole. «Un uomo che offre da mangiare… e da bere, a una donna affamata, va bene», disse prima di sorseggiare il vino.
«Ora tolgo il disturbo, grazie di tutto!» annunciò poco dopo, alzandosi dal divano. «Mi gira ancora la testa», aggiunse sconfortata subito dopo, reggendosi il capo con le mani.
«Hai la febbre, sei ancora debole, non puoi andartene a spasso di notte in mezzo alla neve… Avanti! Levati il pastrano, gli stivali, stenditi sul divano e cerca di riposare. Te ne andrai domani mattina.»
Clara tentennò: non era sicura di voler passare la notte a casa di un uomo solo, per di più fascista. Ma poi, soppesando bene vantaggi e svantaggi, accettò l’invito. Si tolse cappotto e stivali, li passò a Ercole e si distese sul divano.
Ercole li posò su una delle due poltrone. «Buonanotte», sussurrò, appoggiando delicatamente la coperta pesante di lana sopra il corpo di Clara. Poi prese l’altra coperta e, dopo essersi accomodato sulla poltrona accanto alla stufa e aver spento la lucerna, la usò per coprirsi.
«Che ore sono?» chiese con voce rauca Clara aprendo gli occhi.
Ercole si alzò dalla poltrona. «Le nove passate… Hai dormito come un ghiro.»
«Ma tu, hai dormito sulla poltrona?»
«Sì.»
«Non ce l’hai un letto?»
Ercole sorrise. «Di solito dormo sul divano per non accendere la stufa in camera… Per risparmiare la legna.»
«Capisco. Mi spiace che per colpa mia hai dovuto dormire sulla poltrona.»
«Non ti preoccupare. Ora ti preparo un buon caffè», rispose Ercole mentre alimentava la stufa con un paio di ciocchi.
«Ho già approfittato abbastanza della tua ospitalità. Ora mi alzo e vado a casa.»
«Non credo proprio che ce la farai ad arrivare fino a casa», obiettò Ercole. Indicò la finestra. «Stamattina alle sei, ha iniziato a nevicare.»
Clara si alzò e si accostò alla finestra. «Mio Dio. Sta venendo giù il cielo», mormorò meravigliata, sgranando gli occhi.
«E’ una bufera. Se continua così, prima di sera supererà il metro», valutò Ercole. Poi, sorridendo, aggiunse: «Purtroppo, dovrai sopportare la mia ospitalità per un altro giorno almeno… Ma non ti preoccupare, non dovrai dormire sul divano, stasera accenderò la stufa in camera. Dormirai di là.»
Clara non sapeva più che dire: mai avrebbe pensato che l’odiato fascista potesse essere così ospitale con la moglie di un partigiano. «La tua gentilezza mi sorprende», si complimentò, sorridendo per la prima volta. «Buon Natale, Ercole» aggiunse guardando immalinconita la neve cadere copiosa.
«Buon Natale, Clara», replicò Ercole.
Seduti uno davanti all’altra sorseggiarono il caffè. «Erano mesi che non assaporavo l’aroma del caffè», rammentò Clara.
«Io ne ho una piccola scorta. E me ne concedo uno al giorno per farla durare più a lungo.»
«Per colpa mia, ora dovrai privartene per un giorno.»
«Non sarà la fine del mondo… Anzi, che ne dici di festeggiare il Natale con un buon pranzetto?»
«Non sarebbe male.»
«Sai cucinare?» domandò Ercole. Clara annuì. Allora Ercole si alzò, si diresse alla credenza e la aprì. «Pasta, olio, formaggio e tutto quel che serve per preparare un buon pranzo di Natale. Coraggio, datti da fare!» la spronò indicando le vivande.
Clara non se lo fece ripetere. Si alzò e partì decisa verso tutto quel ben di Dio.
Ercole si alzò a sua volta, scese in cantina e risalì con un paio di bottiglie di vino e un salame.
«Quando nascerà tuo figlio?» le chiese Ercole durante il pranzo.
«Ad aprile», rispose. Si accarezzò il ventre, «Spero a guerra finita.»
«Lo speriamo tutti», commentò in un sospiro Ercole.
«Anche lui?» chiese Clara, indicando la foto in divisa del figlio.
«Credo di sì.»
«Credi? Non ne sei certo?» insistette Clara.
«Sono sicuro… che lo spera anche lui», rispose incerto, immalinconendosi. Prima di cambiare decisamente argomento. «Che ne dici di chiudere in bellezza, con il dolce?»
«Pure quello hai?» fece Clara, meravigliata, sgranando i grandi occhi.
Ercole non rispose. Sorridendo sornione aprì una piccola angoliera, ne trasse una torta di castagne e, posandola sul tavolo, esclamò raggiante: «Ora ci vorrebbe una bottiglia di spumante!» e prima che Clara potesse replicare, corse in cantina e risalì con in mano una bottiglia di Moscato.
L’empatia fra il vecchio fascista e la giovane moglie del partigiano, crebbe e si saldò definitivamente durante quel lungo Natale di guerra. Alla fine, Clara fu ben lieta di accettare l’invito di restare ospite a casa di Ercole per festeggiare assieme il capodanno.
In quei giorni Ercole riuscì, spiegando il suo percorso politico, a farsi perdonare il suo essere fascista convinto della prima ora, e un po’ meno dell’ultima.
Clara, d’altro canto, raccontò come, nel 1938, conobbe quel ragazzo di venticinque anni sbarcato in Sicilia per lavoro. E come, per amor suo, sfidò l’ira dei genitori lasciando l’amato e caldo mare per andare a vivere con lui nel freddo e povero casolare in mezzo ai monti; dove Luciano era nato, cresciuto e ancora viveva solo, dopo la morte della madre che lo ebbe in tarda età senza mai rivelargli il nome del padre. Di seguito cercò anche di far comprendere al fascista disincantato, invero con scarsi risultati, le ragioni che spinsero suo marito a disertare e a schierarsi con i partigiani.
Alla fine, entrambi convennero che, comunque fosse finita la guerra, la pace, con l’odio e il rancore conseguente, non avrebbe intaccato la loro appena sbocciata amicizia. Se lo promisero con forza; ma, si sa, le promesse non sono mai certezze, soprattutto se espresse in tempo di guerra, con tutte le incognite del caso, per essere esercitate in un futuribile tempo di pace.
«A cosa brindiamo?» domandò Ercole, alzando il calice allo scoccare della mezzanotte.
«Alla pace!» rispose senza esitare Clara, alzandolo a sua volta.
«Che il nuovo anno porti la pace… E la pacificazione», aggiunse Ercole, facendo tintinnare il calice contro quello di Clara prima di portarlo alla bocca.
«Hai già scelto il nome di tuo figlio?» le chiese Ercole mentre riempiva nuovamente i calici.
«Sarà una bambina!» lo informò Clara.
«E come lo sai?»
“Lo so e basta! Sarà una bambina e si chiamerà, Maria Pace!» rispose convinta.
“Bellissimo nome… Beneagurante per il suo futuro. Allora brindiamo, al radioso futuro di Maria Pace!» esclamò Ercole, alzando il calice.
«A Maria Pace. Che il suo… e il nostro, sia un futuro di pace e felicità!» aggiunse Clara, facendo tintinnare i calici.
«Guarda il cielo, è trapuntato di stelle», esclamò stupefatta Clara guardando fuori dalla finestra.
«E’ un segno benaugurante. L’anno appena iniziato, sarà quello della pace!» sentenziò Ercole, offrendo una bella fetta di castagnaccio a Clara.
«Sono stanca, vado a dormire. Buon anno, Ercole», disse lei alla fine, alzandosi dal tavolo.
Ercole guardò l’orologio: erano da poco passate le due. «Buon anno, Clara», replicò mentre si versava l’ultimo calice di spumante.
Clara, un po’ per l’ora tarda in cui si era coricata, molto per lo spumante tracannato alla grande, si svegliò che erano già le undici antimeridiane. Prese la sua roba e iniziò a vestirsi di malavoglia: Ercole aveva prolungato l’ospitalità sino al primo giorno dell’anno, ma lei nutriva la segreta speranza che, lasciando la camera con indosso cappotto e stivali, lui la invitasse a rimanere almeno fino all’Epifania.
Dopo tanti giorni passati al caldo, nutrendosi decentemente e conversando con il suo nuovo amico, rabbrividiva al pensiero di tornare a vivere da sola in quella casa fredda e buia, raccattando qualcosa da mettere sotto i denti un giorno sì e due no.
«Ercole! Stai male?!» esclamò spaventata, vedendolo singhiozzare piegato sul tavolo con la testa tra le mani. «Ercole! Dimmi qualcosa!» insistette avvicinandosi, mentre lui continuava a piangere.
«Mio figlio… Prima sono venuti due soldati… è morto, tre giorni fa», la informò con voce scossa dal pianto.
«Mio Dio!» fece Clara, portandosi una mano davanti alla bocca.
«Nemmeno il suo corpo potrò riavere. Quando l’hanno colpito è caduto in un crepaccio», spiegò indicando i monti. «La montagna, oltre ad essere infestata dai partigiani, è troppo carica di neve. Troppo alto il rischio di slavine, per avventurarsi sin dove è precipitato. Dovrò attendere la primavera per dare degna sepoltura a mio figlio… Se non ci penseranno prima i lupi affamati a far scempio dei suoi poveri resti», proseguì Ercole, guardando i monti mentre si asciugava le lacrime.
«Maledetta guerra! Quante vite ti prenderai ancora?» sussurrò con voce increspata Clara.
«Maledetti partigiani!» ringhiò Ercole.
«Capisco la tua rabbia… Ma quello che è capitato a tuo figlio, oggi stesso potrebbe capitare a Luciano…» iniziò a dire una commossa Clara.
«Tuo marito, è uno di quei partigiani che hanno teso l’agguato alla compagnia di mio figlio… Forse è stato proprio lui a sparare il colpo che l’ha ucciso», la interruppe Ercole sferrando un pugno al muro.
«E’ la guerra, Ercole…» osservò con un sospiro Clara. «E’ la guerra, e noi non ci possiamo fare niente.»
«E’ uno schifo! Questo è. Questo sono gli italiani che si sono rivoltati contro altri italiani!» fu l’urlo disperato di Ercole che rimbombò tra le pareti.
Clara comprese che un composto silenzio sarebbe stato più utile di mille inutili parole, e non ribatté. Attese qualche minuto in silenzio accanto a Ercole che, in piedi davanti alla finestra, guardava le montagne e, scuotendo il capo, prima sospirava e poi, digrignando i denti, schiumava rabbia mista a dolore.
«Ti preparo il caffè», sussurrò con un filo di voce, quando le parve si fosse calmato.
«Vattene da casa mia, e non farti mai più vedere», disse con voce calma Ercole, continuando a guardare fuori dalla finestra.
«Ti prego, Ercole…» fece appena in tempo a dire Clara, prima di essere investita da un fiume in piena.
«Vattene da qui! Non abbiamo niente da spartire noi due! Tu sei la donna del bastardo che ha ucciso mio figlio! Lo ammazzerei con le mie mani se lo avessi qui davanti!»
Clara comprese che il loro amichevole rapporto era oramai compromesso. In silenzio si avviò verso la porta e, dopo aver dedicato un ultimo commosso sguardo all’uomo con il quale aveva passato una settimana di pace in mezzo alla guerra, uscì richiudendosi la porta alle spalle.
Appena fuori sentì il gelo penetrare nelle ossa. Allora prese lo zaino, che dalla notte del suo arrivo era rimasto appoggiato sull’assito accanto alla catasta di legna, e lo riempì con quattro ciocchi.
Ercole, guardando dalla finestra, la vide compiere l’operazione. Accecato dall’ira prese la doppietta dalla fuciliera, mise due cartucce in canna e uscì urlando: «Metti giù le grinfie dalla mia legna, ladra!»
Clara, con lo zaino in spalla, aveva fatto i primi faticosi passi nella neve del giardino. Si voltò e, fissandolo nello sguardo, scuotendo il capo replicò in tono commosso: «Non posso, devo pensare a mia figlia. Senza la legna per riscaldarmi non ce la farei a passare l’inverno… e lei non nascerebbe. Dovrò tornare a prendere altra legna prima che l’inverno sia finito. Decidi tu, puoi sparare e uccidere la moglie e la figlia del partigiano, se sei convinto che questo placherà la tua sete di vendetta… Oppure lasciarmi prendere la legna, se credi che ci possa essere un futuro di pace per tutti noi… superstiti di questa follia.»
Lo salutò alzando la mano, poi si voltò e tornò ad affondare i passi nella neve del giardino.
Ercole abbassò il fucile e rimase a guardarla finché la vide sparire tra le case del borgo.
Il mattino dopo, Clara tornò a prendere la legna. Grande fu la sorpresa, quando aprendo la borsa di tela appoggiata sulla catasta, vi trovò le vivande bastanti a sfamarla per un’intera settimana. Volgendo lo sguardo in direzione della finestra, fece appena in tempo a vedere la testa di Ercole scostarsi dai vetri. Commossa fino alle lacrime, esclamò: «Grazie, Ercole!» Deglutì e aggiunse con voce rotta: «Non mi sono sbagliata a giudicarti… Sarai per sempre mio amico… quando vorrai, se lo vorrai, sai dove trovarmi.»
Attese qualche attimo in silenzio, sperando di vedere aprirsi la porta. Poi riempì lo zaino, prese la borsa delle vivande e, prima di allontanarsi, lo salutò: «Buona giornata, Ercole.»
«Buona giornata, Clara… Abbi cura di te, e di tua figlia», mormorò Ercole, appoggiato alla parete accanto alla finestra.
Ogni giorno Clara andava a fare scorta di legna sotto il portico di Ercole. E ogni giorno, salutandolo, aspettava che Ercole aprisse la porta, o che almeno ricambiasse il saluto. Ma, a parte la catasta di legna che calava o la borsa con le vivande che lei si premurava di restituire, appoggiandola vuota sopra la catasta il giorno dopo, e che lui gliela faceva immancabilmente trovare piena una volta alla settimana, tutto sembrava cristallizzato in un fermo immagine da cartolina in mezzo alla più grande tragedia della storia.
Arrivò, finalmente, con la primavera l’agognata pace. Luciano tornò a casa giusto in tempo per veder nascere e stringere tra le braccia la piccola Maria Pace.
Clara era certa che l’odio accumulato sarebbe lentamente scemato, ed allora avrebbe potuto finalmente riabbracciare l’amico di un inverno di guerra.
Ma non fu così. Ercole, chiuso in sé stesso e nel suo dolore, attendeva in solitudine di riabbracciare la moglie e il figlio, con l’animo corroso dal rimorso di aver vissuto da protagonista negativo, incantato dai roboanti proclami del nero incantatore, gli anni ruggenti.
Pochi mesi dopo la fine della guerra, Luciano, Clara e la piccola Maria Pace si trasferirono a Milano, e lì vissero la loro felice unione.
Clara e Maria Pace tornarono nel vecchio borgo trentacinque anni dopo, accompagnando il feretro di Luciano che volle essere sepolto dov’era nato.
Quando la bara fu calata nella tomba, Clara, alzando lo sguardo sussurrò: «Famiglia Sparafumo», leggendo il nome sopra l’architrave in granito di una piccola cappella. «Aspetta qui», disse alla figlia.
Aprì le cigolanti porte della cappella ed entrò. «Sei riuscito a ritrovarlo, tuo figlio», disse commuovendosi, accarezzando la fotografia del ragazzo. Poi guardò la fotografia di Ercole. «Ciao, amico mio», sussurrò mentre una lacrima le rigava il volto.
Guardandosi attorno non vide nessun fiore, allora uscì. «Prendi quei fiori!» ordinò alla figlia, indicando due mazzi di fiori sulla tomba di Luciano.
«Perché, non capisco?» chiese Maria Pace.
«Prendili e vieni con me. Ce ne sono anche troppi di fiori sulla tomba di tuo padre», rispose decisa Clara.
Maria Pace prese i fiori e la seguì dentro la cappella. In silenzio attese che Clara sistemasse i fiori e pregasse, poi uscirono e richiusero le porte cigolanti, raramente aperte, della cappella.
«Conoscevi la famiglia che riposa in quella cappella?» domandò incuriosita Maria Pace mentre uscivano dal cimitero.
«E’ una vecchia storia di guerra… Ercole è l’uomo… l’amico grazie al quale tu, ora puoi chiedermi di lui…» rispose Clara illuminandosi, iniziando il racconto di quell’ultimo, freddissimo inverno di guerra.
FINE